
Uno chef e un'architetta festeggiano mangiando a letto: io non partecipo
Un piatto di pasta, piegato come biancheria da letto, in un brodo che cuoce per quattro ore: ecco come uno chef e un'architetta mettono in scena il cibo a letto durante la Milano Design Week. Sembrava invitante. Per me, tuttavia, non è una buona idea.
Per il progetto «Room self-service», cinque coppie di chef e designer hanno progettato, su incarico di Ikea, una stanza ciascuno accompagnata da un menu. L'architetta Charlotte Taylor e lo chef Ben Lippett hanno scelto proprio la camera da letto, l'unico posto in casa dove non dovresti fare nulla se non dormire. La loro stanza: una trattoria che si è rannicchiata sotto una trapunta. Legno, metalli caldi, luce dorata.






Sul letto: una ciotola di pasta, piegata come biancheria da letto, in un brodo che, secondo Lippett, cuoce per quattro ore. Quando sono arrivato per fotografare, la ciotola era già sparita. Troppa gente, troppo alto il rischio di macchie. È rimasta solo la scenografia circostante.

Fonte: Ikea
Perché pensarci proprio ora
Le giornate si accorciano. Passiamo di nuovo più tempo a letto. E inizia la stagione dei raffreddori, con tè, zuppa e fazzoletti sul comodino invece che in cucina. Proprio ora si ripresenta la domanda che Taylor e Lippett romantizzano: il letto deve diventare anche un posto dove mangiare?
Bello non significa giusto
La stanza è bella, il gesto è bello, non c'è dubbio. Lippett stesso va al punto: «Non abbiamo mai passato così poco tempo a cucinare come oggi. Questo brodo richiede quattro ore. Quindi, se ti prendi il tempo per una cosa del genere, specialmente se la condividi con qualcuno, è un regalo enorme.» Vero. Una ciotola è anche più facile da bilanciare a letto rispetto a piatti e posate.
Tuttavia: carino e grazioso non significa igienico. Vedo briciole tra i cuscini, macchie di sugo sulle lenzuola e mi si rivolta lo stomaco solo a pensarci. Per dormire bene serve una stanza pulita. Non una in cui di notte mi ritrovo a dormire sopra residui di cibo. Inoltre: mangiare sdraiati mi provoca quasi sempre bruciore di stomaco, molto prima ancora di avere sonno. E se mangio a letto, la mia mente impara: qui succede qualcosa anche di giorno, la tranquillità svanisce. Non per niente nella terapia del sonno vale la regola: il letto serve solo per dormire.
Il letto come palcoscenico, non come tavolo da pranzo permanente
Ciò che Taylor e Lippett hanno ideato non è un consiglio per la vita quotidiana. È un esperimento mentale: quanta cura c'è in un pasto se ti prendi il tempo per farlo? La rivista di design Dezeen scrive che i due hanno creato una camera da letto che ripensa il mangiare a letto come un rituale quotidiano invece che come un lusso occasionale: uno spazio simile a un bozzolo con ripiani e mobili mobili per passare dal riposo al pasto.






È proprio qui che dissento: come rituale unico, celebrato con quattro ore di brodo e compagnia, volentieri. Come quotidianità, in un lunedì qualunque con il vassoio sulla trapunta, no.
Caos con valore di riconoscimento
La firma di Charlotte Taylor è inconfondibile: libri che sembrano più impilati che ordinati. Riviste lasciate aperte, come se qualcuno si fosse appena alzato. Già nella sua mostra «Home from Home» a Copenaghen ha reso esattamente questo il suo marchio di fabbrica.
Anche a Milano rimane fedele a se stessa: i cuscini sono storti, il pigiama è abbandonato lì. Accogliente, non perfetto. Esattamente come piace a lei.
Dove la mia opinione incontra i suoi limiti
Ho solo fotografato, non ho mangiato. La mia opinione deriva dall'osservazione, non dall'esperienza diretta. E: per occasioni speciali, giorni di malattia o come momento consapevolmente messo in scena in due, il «mangiare a letto» può anche starci. La mia critica è rivolta al letto come tavolo da pranzo permanente, non alla colazione del fine settimana.

E tu come la pensi: briciole di croissant a letto, romanticismo o incubo? Scrivilo nei commenti.
Sono la cheerleader del buon design e ti avvicino a tutto ciò che ha a che fare con l'arredamento e l'interior design. Regolarmente ti propongo scoperte d'interni semplici ma raffinate, scovo le ultime tendenze e intervisto le menti creative sul loro lavoro.
Questa è un'opinione soggettiva della redazione. Non riflette necessariamente quella dell'azienda.
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