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Zurich presenta la prima attrice AI - Hollywood reagisce con orrore
di Luca Fontana

La sua esistenza suscita indignazione. Ma il problema non è l'attrice IA Tilly Norwood. È il conto da pagare. È lo specchio di Hollywood. E l'immagine che riflette non è lusinghiera.
Tilly Norwood sta sulle spalle di una gigantessa, e quella gigantessa si chiama Lil Miquela. Questa figura IA esiste dal 2016, ha oltre due milioni di follower su Instagram, è apparsa sulla copertina di «i‑D», ha pubblicato canzoni, girato campagne di moda. E non esiste.
Il mondo ha dato una rapida occhiata, ha scosso la testa e poi è andato avanti.

Dieci anni dopo, Tilly Norwood sta su quelle stesse spalle. Anche lei è generata dal computer, anche lei ha una biografia, un account Instagram e l'ambizione di una carriera. Con una sola differenza: Tilly vuole fare l'attrice.
E questo ha mandato Hollywood nel caos.
Quando Tilly Norwood è apparsa per la prima volta allo Zurich Film Festival nel settembre 2025 (capelli scuri, occhi castani, un volto a metà tra familiare e troppo levigato), Toni Collette, Emily Blunt e Ryan Reynolds hanno reagito come se qualcuno avesse lanciato una granata sul red carpet.
Tuttavia SAG‑AFTRA, il potente sindacato americano degli attori, non ha lasciato spazio a interpretazioni: «Tilly Norwood non è un'attrice. È una figura generata da un programma informatico, addestrata sulla base del lavoro di innumerevoli interpreti professionisti, senza autorizzazione né compenso».

La creatrice di Tilly Norwood, l'imprenditrice olandese ed ex attrice Eline van der Velden, è rimasta sorpresa dalla durezza delle reazioni. Come lei stessa racconta a Hollywood Reporter, aveva seguito il «playbook di Lil Miquela». Solo che Tilly ha un problema: è troppo reale.
Troppo. Il che non è un dettaglio da poco. Ma chi vuole capire Tilly Norwood non deve partire da lei, bensì dall'industria in cui è nata e che da anni si sta autodistruggendo: Hollywood.
Hollywood è malata. Malata cronica. Negli ultimi vent'anni, i costi di produzione dei grandi blockbuster sono esplosi. Allo stesso tempo, gli incassi sono diventati imprevedibili: il pubblico diserta le sale, perché una serata al cinema in due, con popcorn e bevande, spesso costa più di un abbonamento mensile a Netflix. Chi vuole andare al cinema ci pensa due volte. Come minimo.
Inoltre, le comunque già brevi finestre di distribuzione (cioè il tempo in cui un film resta esclusivamente nelle sale prima di finire su qualche piattaforma di streaming) si restringono ulteriormente. I cinema si lamentano. Gli studios si lamentano. Per riuscire comunque a riempire le casse, puntano sull'usato sicuro: sequel, prequel, supereroi e franchise.
Basta che si conosca. Basta che sia adatto al grande pubblico.
Il risultato è un'industria che spende sempre di più e rischia sempre meno. E che sfrutta proprio chi ha meno potere. Gli studios di effetti speciali, ad esempio, lavorano in condizioni che pochi definirebbero normali: il numero degli shot di effetti visivi cresce, mentre il tempo per la loro realizzazione diventa sempre più scarso. Ecco perché oggi vediamo film con effetti che dieci anni fa erano migliori. E non solo. Trucco, costumi, suono, luci, telecamera: quasi tutti i settori sono sotto pressione.
È in quest'industria che ora Tilly Norwood fa il suo ingresso. E non a casaccio, ma come un'offerta che non si può rifiutare. Perché dovrebbe rendere tutto migliore. E più conveniente.
Van der Velden, la creatrice olandese di Tilly Norwood, non è una cattiva interlocutrice. Parla in modo chiaro, è preparata, e dice cose che sembrano ragionevoli.
A suo dire, la sua società Xicoia e lo studio di produzione IA Particle6 che ne è alla base, non vogliono affatto che Tilly venga impiegata in film veri accanto ad attrici reali. Tilly dovrà vivere in un universo tutto suo, il cosiddetto «Tillyverse»: un ecosistema digitale popolato da figure IA che vivono, fanno carriera e interagiscono con i fan. Un genere a sé, dice Van der Velden. Come l'animazione. Nessuno si lamenta che Elsa di «Frozen» rubi il lavoro a qualcuno.
Questo è il suo argomento più forte. E allo stesso tempo il più fallace.

L'animazione non è mai stata concepita come una concorrenza per le attrici in carne e ossa. Elsa non ha un agente. Elsa non rilascia interviste. Elsa non ha un account Instagram dove condivide la sua «quotidianità» e coltiva i suoi follower. Tilly invece sì. È questa la differenza decisiva: non l'estetica dell'immagine, ma il messaggio culturale. Tilly non deve stare accanto ai personaggi Pixar. Tilly deve stare accanto a Scarlett Johansson. Parole della stessa Van der Velden, tra l'altro. Alla faccia del «non voler sostituire nessuno».
Allo stesso tempo, ed è qui che il discorso si fa interessante, Van der Velden offre agli studios la possibilità di usare l'IA per coprire quel 20-30% di budget mancante. Per i piani di ambientazione, ad esempio, oppure per gli stacchi e le costose sequenze singole. Potrebbe occuparsene l'IA, permettendo così di realizzare un film nonostante i limiti di budget. Questo non sembra un «genere a sé». Sembra una catena di montaggio. Sembra un piede nella porta che, una volta dentro, non si toglierà più tanto facilmente.
Lo dice anche la stessa Van der Velden nell'intervista a Hollywood Reporter con un'onestà che le va riconosciuta: «Succederà». Perdite di lavoro, cambiamenti, transizioni: li riconosce. Ma li inquadra come una fase temporanea, dopo la quale si creeranno più posti di lavoro di prima. È la classica promessa di ogni grande rivoluzione tecnologica, da Uber ad Amazon. A volte è vero. Nel complesso, a lungo termine, per alcuni. Ma per chi non sopravvive alla transizione, è una magra consolazione.
Vista così, Tilly non è un nuovo genere. È un banco di prova per capire quanta resistenza il pubblico sia realmente disposto a opporre.
Ed è proprio nella resistenza che risiede il vero nocciolo della questione, che ha meno a che fare con la tecnologia e più con la natura umana.
L'IA è comoda. L'IA è veloce. L'IA non ha pretese, non dorme, non ha bisogno del jet privato e non chiama il suo agente alle tre del mattino (quasi mai). Dal punto di vista degli investitori, un asset completamente controllabile (senza scioperi, diritti o giornate storte) è un sogno. E l'industria cinematografica, già costretta a risparmiare su tutto, è molto sensibile ai sogni.
Il problema della comodità non è che questa sia sbagliata a priori, ma che erode i principi. Non necessariamente con decisioni eclatanti, ma con mille piccoli compromessi, ciascuno apparentemente innocuo. Prima l'IA salva un budget. Poi sostituisce un ruolo secondario. Poi un ruolo principale in un mercato che accetta l'«abbastanza buono» perché il «perfetto» è troppo caro. Il passaggio da «supportare» a «sostituire» non è poi un salto così grande. È una lunga serie di piccoli passi.
L'aspetto insidioso è che nessuno decide consapevolmente quei passi. Succederà e basta. Per via dei trimestri finanziari, dei piani di produzione e di decisioni che, prese una per una, appaiono ragionevoli, ma che insieme spingono in una direzione che nessuno ha mai scelto davvero.
Nella pratica lo vediamo già. Matthew McConaughey e Michael Caine hanno recentemente concesso in licenza le loro voci a ElevenLabs: volontariamente, dietro compenso e con il pieno controllo del loro utilizzo. E così, presto McConaughey parlerà in spagnolo senza aver mai imparato una sola frase. Caine, invece, è presente su una piattaforma dove le case di produzione possono noleggiare la sua voce per audiolibri e documentari, anche quando non ci sarà più. Tutto legale. Tutto pulito. Ma tutto anche un altro piccolo passo verso un'IA che non supporta la creatività, bensì la sostituisce.
La stessa Van der Velden lo suggerisce quando dice che l'industria cinematografica si è davvero aperta solo dal febbraio 2025. Gli studios prima contrari ora sarebbero improvvisamente interessati. Cosa è cambiato? Di certo non la tecnologia. La tecnologia è la stessa. È cambiata la disponibilità a prenderla in considerazione. E questa disponibilità solitamente nasce quando ci si è abituati alla comodità.
Lo smart working insegna.
Sarebbe però sbagliato demonizzare l'IA in generale. Ci sono casi d'uso che hanno davvero senso. L'argomento più convincente è anche il più semplice: il budget.
Se l'IA permette davvero di creare piani di ambientazione, scenografie elaborate o costose sequenze singole a un prezzo inferiore, potrebbe aiutare proprio quelle produzioni oggi più soffocate: quelle più piccole, più coraggiose e meno commerciali. È vero che studios come A24 dimostrano che si possono realizzare film con mezzi modesti che raggiungono comunque un vasto pubblico. Per esempio con film come «Parasite», «Everything Everywhere All at Once», «The Whale» o «Marty Supreme». Ma A24 è l'eccezione, non la regola.
La maggior parte degli studios non osa più nulla perché il rischio è troppo alto. Se l'IA riduce questo rischio, se permette di raccontare una storia sconosciuta proprio perché diventa possibile finanziarla, allora non è solo un pretesto. È un argomento vero e proprio.
Ma anche se tutto ciò è corretto, non affronta la questione centrale. Che sta altrove.
Chi oggi ha trenta o quarant'anni ricorda ancora quando la recitazione era indiscutibilmente umana. Quando il tremito in una voce, un respiro sbagliato, lo sguardo che dura un secondo di troppo... Quando tutto questo era sentito, non calcolato.
La recitazione è sempre stata più della tecnica. Era vita vissuta portata da qualcuno su uno schermo. Dolore autentico. Dubbi autentici. Stanchezza autentica. Il pubblico lo percepiva, spesso senza sapere perché. Marvel ce lo ha ricordato di recente in modo sorprendente: «Wonder Man» è una dichiarazione d'amore proprio a quest'arte: calorosa, discreta, lontana dal solito rumore dei franchise. Una serie che dice: recitare significa vivere. E chi ha vissuto ha qualcosa da mostrare che non si può semplicemente generare.
La domanda vera però è: chi la penserà ancora così tra vent'anni? La nuova generazione cresce in un mondo in cui i contenuti IA su TikTok, Instagram e YouTube sono così onnipresenti che la domanda «È reale?» smette di affiorare. Non è una generazione più stupida o meno sensibile. Ma non impara più ciò che è umano nel luogo dove un tempo era più evidente: nel volto di una persona che ha realmente vissuto qualcosa e che lo rivive ancora. Per noi.
Questa non è un'accusa. È un'osservazione che spiega perché la resistenza contro Tilly Norwood, per quanto oggi rumorosa, sia probabilmente un fenomeno al tramonto. Gli argomenti contro sono validi. Ma l'abitudine e la comodità sono più forti di qualsiasi argomentazione. Sempre.
Van der Velden lo intuisce. «Ricordo quanto ci ho messo io stessa per farci l'abitudine», dice a proposito della sua propria tecnologia IA. Oggi è una delle sue più ardenti sostenitrici. Le sue preoccupazioni non sono scomparse. A un certo punto sono solo diventate più silenziose. E l'abitudine, dopo un po', finisce per somigliare molto alla convinzione.
Alla fine, Tilly Norwood è soprattutto una cosa: paziente. Non invecchia. Non si stanca. Non tratta compensi e non avanza richieste. Aspetta che... il mondo si abitui a lei. Che l'indignazione si plachi. Che da «affascinante e inquietante» un giorno si passi a «normale».
«AI is not the enemy, it's the key», canta Tilly. («L'AI non è il nemico, è la chiave»). Quanto ci vorrà ancora prima che la qualità dell'IA sia non perfetta, ma per tutti «abbastanza buona»?
Sinceramente, non è ancora possibile dire se questo sia un bene o un male. La tecnologia esiste. Non è più solo un esperimento mentale. La domanda, quindi, non è se i personaggi creati dall'IA arriveranno o meno, ma chi detterà le condizioni secondo cui verranno utilizzati. Se saranno sindacati e legislatori a stabilire le regole prima di essere travolti dal mercato. O se saranno gli investitori a creare i presupposti, lasciando alle regole solo la possibilità di reagire a cose fatte.
Questa non è una lotta tra uomo e macchina. È una lotta molto più antica: tra ciò che è comodo e ciò che sacrifica i principi. Nessuno deciderà il momento esatto in cui l'IA sostituirà la creatività. Succederà e basta. A forza di abitudine. A forza di mille piccole decisioni che, prese singolarmente, sembrano ragionevoli. E quando la prossima generazione si chiederà se qualcosa è andato perduto, non ricorderà nemmeno più cosa. La comodità, lo sappiamo bene, in questa battaglia ha un curriculum impeccabile.
Tilly Norwood sta sulle spalle di una gigantessa. Sorride. Solo che non sappiamo esattamente per cosa.
Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.
Questa è un'opinione soggettiva della redazione. Non riflette necessariamente quella dell'azienda.
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