Cos'è un MacGuffin e come può rovinare un film?

Cos'è un MacGuffin e come può rovinare un film?

Luca Fontana
Zurigo, il 16.03.2020
Traduzione: Leandra Amato
La valigetta di «Pulp Fiction». L'anello del potere de «Il Signore degli Anelli». I piani della Morte Nera di «Star Wars». Hanno tutti qualcosa in comune: sono MacGuffin. Di cosa si tratta? Perché possono distruggere un film? E come vengono usati correttamente?

Le storie ruotano attorno ai conflitti. Controversie. Guerre. Dilemmi. Drammi. Litigi. O anche solo il bene contro il male e tutto ciò che sta in mezzo. I MacGuffin spesso scatenano questi conflitti. Come in «Pulp Fiction» di Quentin Tarantino.

La leggendaria *valigetta di «Pulp Fiction»**: cosa contiene?
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Mac-cosa?

Il lettore Anonimo ha commentato il mio articolo sul contenuto misterioso della valigetta di «Pulp Fiction»:

Proprio di recente mi sono imbattuto nel termine \"MacGuffin\", coniato tra l’altro da Hitchcock. Molto interessante leggere (ad esempio su Wikipedia) come funziona. Pulp Fiction è un classico McGuffin.

Anonimo si riferisce alla valigetta di Pulp Fiction: il suo contenuto luccica d'oro, ma noi spettatori non riusciamo mai a vederlo. Tutti i personaggi del film lo vogliono a tutti i costi. Un classico MacGuffin – addirittura uno buono. Ma ne parlerò dopo. Prima di tutto, ti spiego cos’è un MacGuffin...

... e perché i MacGuffin possono rovinare i film.

La definizione di Alfred Hitchcock del MacGuffin

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Il termine «MacGuffin» è stato coniato dallo sceneggiatore Angus MacPhail, che ha lavorato spesso con Hitchcock. Almeno questo è quanto dice il libro «The Art of Alfred Hitchcock». Il termine è quindi una combinazione del nome di MacPhail e della parola inglese «guff», che significa «sciocchezze».

In un'intervista radiofonica con François Truffaut nel 1962, Hitchcock ha spiegato il MacGuffin in questo modo:

“ La cosa più importante che ho imparato sul MacGuffin nel corso degli anni, è che non è nulla. Ne sono convinto, ma trovo difficile dimostrarlo agli altri. ”
Alfred Hitchcock, 1962, intervista radiofonica con François Truffaut

Dieci anni dopo, e più in dettaglio, Hitchcock spiega il MacGuffin al «The Dick Cavett Show»:

“ Un MacGuffin è una cosa di cui si preoccupano i personaggi del film, ma non noi spettatori. L'unico scopo del MacGuffin è quello di avviare o far avanzare la trama. ”
Alfred Hitchcock, 8 giugno 1972, «The Dick Cavett Show»

La leggenda della regia aggiunge al Dick Cavett Show che i MacGuffin si trovano spesso nei film di spionaggio. Probabilmente perché la trama – almeno per gli anni '70 – in sostanza è sempre la stessa: il cattivo vuole qualcosa per conquistare il dominio del mondo o addirittura distruggerlo. La spia deve fermarlo precedendo il cattivo e prendendo prima l'oggetto.

Questo oggetto è un MacGuffin.

In «Mission: Impossible 2» il McGuffin è Chimera, un virus mortale in una siringa a pistola.

Potrebbe essere un siero o un veleno per annientare l'umanità. Potrebbe essere una bomba, oppure piani segreti. Un'arma potente che rende invincibile chi la indossa. Qualcosa che fa scattare la trama. A noi spettatori non interessa il destino di questa «cosa». Ci preoccupiamo solo delle conseguenze e delle decisioni che il protagonista deve prendere per arrivare al MacGuffin, per proteggerlo o addirittura per distruggerlo.

In altre parole, ciò che il martello è per l'artigiano, il MacGuffin è per il narratore: uno strumento (narrativo). È necessario, se non addirittura fondamentale, per innescare l’azione. Ma non per noi spettatori. Per noi non è lo strumento che conta, ma ciò che si costruisce con esso: la storia.

Il problema con lo strumento «MacGuffin» è che può rendere pigri i narratori e gli sceneggiatori.

Quando i MacGuffin rovinano i film

Una storia ha bisogno di un conflitto. Il modo più semplice per avviarlo è utilizzando un MacGuffin.

In «Justice League», Batman & Co. devono impedire l'invasione della Terra da parte del malvagio Steppenwolf. Accadrebbe solo se Steppenwolf si impadronisse delle tre scatole madri nascoste in giro per il mondo. Ergo: la scatola madre è importante e il cattivo non deve averla.

Le tre scatole insieme hanno il potere di distruggere interi mondi.
Le tre scatole insieme hanno il potere di distruggere interi mondi.

Com’è tipico per un MacGuffin, le scatole madri non vengono mai veramente spiegate. Non devono esserlo. Sono semplicemente delle scatole magiche, grigie, che hanno un qualche potere universale che non deve cadere nelle mani sbagliate. La superficialità del MacGuffin rende il conflitto nel film altrettanto superficiale. E con questo l'intera trama. «Justice League» non è piaciuto né al pubblico né alla critica.

Questo dimostra che i MacGuffin, per quanto efficienti possano essere nella narrazione, possono rovinare i film. Incentivano la pigrizia, perché le storie possono essere «forzate» senza conflitti reali: spesso un MacGuffin e la premessa che tutto accade a causa di questa cosa sono già sufficienti. Una storia convincente e i personaggi a cui tieni vengono lasciati in disparte.

Altri esempi? Il gene mutante in «Teenage Mutant Ninja Turtles» del 2014. L'AllSpark dei «Transformers». O l’Aether di «Thor: The Dark World». Tutti soddisfano perfettamente i requisiti del MacGuffin di Hitchock. Ma rivelano anche la sua debolezza: è intercambiabile e quindi noioso.

Ma ci sono trucchi che rendono il MacGuffin più di una «cosa» con un nome divertente.

Inserire correttamente i MacGuffin

Sage Hyden, che ha fatto un vlogging sul suo canale YouTube Just Write, a parer mio ha spiegato bene come usare i MacGuffin correttamente. Infine, formula quattro raccomandazioni:

  1. Un MacGuffin non dovrebbe essere un'arma che distrugge tutto
  2. Più misterioso è un MacGuffin, meglio è
  3. Bisogna dare al MacGuffin un valore emotivo
  4. I MacGuffin possono anche avere un valore simbolico

I MacGuffin non devono necessariamente soddisfare tutti e quattro i punti per essere buoni. Forse nemmeno uno di loro. Hyden non vuole contraddire il maestro Hitchcock, bensì dare consigli su come i narratori meno talentuosi possano evitare le insidie narrative dei generici MacGuffin.

Per favore, niente armi di distruzione di massa!

Come promemoria: il MacGuffin è qualcosa a cui il personaggio della storia tiene, ma che a me come spettatore non interessa. Pertanto, è ovvio che la storia non vuole dare al MacGuffin più attenzione di quanto sia assolutamente necessario per la trama.

Ma cosa succede se il MacGuffin è una super-mega-arma proveniente da una dimensione parallela superiore?

La storia che ne risultata potrebbe essere scritta in un angolo narrativo. Inevitabilmente. Perché non potrà che finire con una battaglia finale per impossessarsi della super-arma, cioè il MacGuffin. È noiosa e prevedibile. Il MacGuffin si fa carico della narrazione, a spese dei personaggi e di quei conflitti che in realtà ci interessano molto di più. Questo è quello che è successo nell'esempio di «Justice League» con le onnipresenti scatole madri.

Un buon MacGuffin, tuttavia, si distingue per la sua capacità di guidare l'azione senza occupare troppo spazio. Ad esempio «Quarto potere» di Orson Welles del 1941. Il film inizia con le ultime parole del magnate del giornale americano Charles Foster Kane: «Rosabella».

La parola «Rosabella» è il MacGuffin.

L'idea è quella di trovare l’appiglio giusto per un cinegiornale sulla morte di Kane – qualcosa che caratterizzi giustamente Kane. Pertanto, il reporter Thompson è incaricato di scoprire cosa si nasconda effettivamente dietro «Rosabella», l'ultima parola di Kane. Sebbene sia il MacGuffin a scatenare e guidare l'azione, è la ricostruzione della vita del poliedrico e complesso Charles Foster Kane che affascina noi spettatori.

Più misterioso è un MacGuffin, meglio è

Il MacGuffin, di per sé poco eccitante, può essere reso eccitante avvolgendolo in segreti e misteri; se un MacGuffin determina la trama, allora almeno uno che suscita curiosità.

Per esempio, la valigetta di «Pulp Fiction» che tutti nel film vogliono accaparrarsi. Nella prima stesura della sceneggiatura conteneva diamanti. Noioso e prevedibile, pensò Quentin Tarantino. Così il regista ha deciso di rendere il contenuto segreto: noi spettatori non otteniamo altro che il luccichio dorato, forse soprannaturale, che emana dall’interno. E chi apre la valigetta difficilmente può sfuggire allo stupore.

Il risultato è un MacGuffin tutt'altro che noioso.

Qualunque cosa ci sia in quella ventiquattrore, deve essere fantastica.
Qualunque cosa ci sia in quella ventiquattrore, deve essere fantastica.

Emozionante anche la zampa di lepre di «Mission: Impossible 3», un oggetto mai spiegato, che vale 850 milioni di dollari perché potrebbe scatenare una guerra tra USA e Russia. O l’arca dell'Alleanza di «Indiana Jones», con i cui poteri divini la Germania nazista vuole decidere da sola la guerra – solo alla fine scopriamo quanto queste potenze siano davvero devastanti. E, sì, «Rosabella» di «Quarto potere» è anche un misterioso MacGuffin, perché la domanda sul significato reale della parola non solo fa scattare la trama, ma tiene occupati noi spettatori fino alla fine.

Il valore emotivo di un MacGuffin

Quando il regista George Lucas portò nei cinema il suo primo «Guerre Stellari» nel 1977, contraddiceva la definizione di MacGuffin di Alfred Hitchcock. Infatti, Lucas ha ritenuto che gli spettatori dovessero preoccuparsi del MacGuffin.

I piani della Morte Nera di «Star Wars» sono il MacGuffin. Questi potrebbero rivelare all'Alleanza Ribelle qualsiasi punto debole della stazione spaziale che distrugge il pianeta. All'inizio del film, i piani sono nascosti nel droide R2-D2, in modo che possa sfuggire all'Impero Galattico e tornare sano e salvo alla base segreta dell'Alleanza Ribelle. Lì dovrebbe consegnare i piani al suo stesso popolo.

George Lucas ha fatto di uno dei suoi protagonisti un MacGuffin.

Davvero intelligente. Se guardi «Star Wars» per la prima volta, potrebbe non importarti chi ottiene i piani alla fine. Ma il destino del piccolo, simpatico droide non è indifferente a noi spettatori. E quindi nemmeno il MacGuffin.

A proposito, un trucco che non solo il regista J. J. Abrams ripete in «Star Wars: Episodio 7» con l’astromech BB-8 e la mappa che dovrebbe portare a Luke Skywalker. Il regista Todd Phillips usa questo trucco anche in «Una notte da leoni», quando i tre testimoni con i postumi da sbornia devono cercare lo sposo e amico Doug scomparso a Las Vegas.

Un MacGuffin può avere anche un valore simbolico

Se un MacGuffin non è misterioso né ha alcun valore emotivo, allora dovrebbe almeno simbolizzare la trama, in modo da non sembrare né troppo adorato né noioso. Un po' come in «The Lego Movie».

Lì, il malvagio Lord Business vuole incollare l'intero mondo Lego con l'aiuto del Kragle, una super-arma, per mantenere l'ordine. I mastri costruttori si oppongono: il potere dei loro pensieri può costruire tutto ciò che può essere costruito con i mattoncini Lego – puro caos agli occhi di Lord Business. Si dice che il leggendario Pezzo della Resistenza aiuti a distruggere il Kragle.

I MacGuffin: il Kragle, in realtà una semplice supercolla del marchio «Krazy Glue», e il Pezzo della Resistenza, il coperchio della supercolla. Essi rappresentano le due principali ideologie Lego, sia per costruire correttamente secondo le istruzioni, sia, dando libero sfogo all'immaginazione, per costruire qualsiasi cosa.

Non posso credere che qualcuno sia riuscito a fare un buon film sui Lego.

Confrontiamolo con «Justice League». Lì i MacGuffin erano tre scatole di potenza inimmaginabile. Ma avrebbero potuto essere anche fermacarte, vasi da fiori o tostapane. In «The Lego Movie» è diverso: qui i MacGuffin hanno un potere simbolico. Perché Lord Business vuole mantenere il conformismo per sempre e usare il Kragle per attaccare tutto al loro posto. La resistenza vuole porre fine a questa conformità mettendo letteralmente il coperchio.

Così, in «The Lego Movie», un MacGuffin che non è particolarmente misterioso né ha valore emotivo, si è trasformato in un ottimo MacGuffin dopo tutto, che riflette anche il tema della trama.

Immagine Alfred Hitchcock: Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

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Luca Fontana
Luca Fontana
Editor, Zurigo
Avventure nella natura e sport che mi spingono al limite descrivono la mia zona confortevole. Per compensare mi godo anche momenti tranquilli leggendo un libro su intrighi pericolosi e oscuri assassinii di re. Sono entusiasta delle colonne sonore dei film e ciò si sposa con la mia passione per il cinema. Una cosa che voglio dire da sempre: «Io sono Groot».

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